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La lenta risalita
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La lenta risalita
E-book145 pagine2 ore

La lenta risalita

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Info su questo ebook

Rachele è mamma di due bambine piccole e sta divorziando da Aldo, l’uomo che credeva sarebbe rimasto al suo fianco per sempre. Vorrebbe gridare al mondo il suo dolore, rivendicare il suo diritto alla tristezza ma la responsabilità dell’amore che nutre per le sue figlie le impone di iniziare una lenta risalita, con la consapevolezza che solo partendo da se stessa potrà tornare a sentirsi viva da morire.

Roberta Fiaccavento è nata a Roma ma da genitori siciliani, all’età di due anni si trasferisce a Siracusa. Dopo il Liceo Linguistico si laurea in Lingue e Culture Europee all’università di Catania coltivando il sogno di poter viaggiare per il mondo. La vita la porta però a restare in città e diventare madre di due figlie.
LinguaItaliano
Data di uscita17 ott 2024
ISBN9791223603338
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    Anteprima del libro

    La lenta risalita - Roberta Fiaccavento

    fiaccavento_LQ.jpg

    Roberta Fiaccavento

    La lenta risalita

    © 2024 Gruppo Albatros Il Filo S.r.l., Roma

    www.gruppoalbatros.com - info@gruppoalbatros.com

    ISBN 979-12-236-0079-5

    I edizione novembre 2024

    Finito di stampare nel mese di novembre 2024

    presso Rotomail Italia S.p.A. - Vignate (MI)

    Distribuzione per le librerie Messaggerie Libri Spa

    La lenta risalita

    Ai cuori impavidi,

    a tutte le donne che ogni giorno

    trovano dentro di loro la forza per rialzarsi e

    sorridere ancora alla vita

    nonostante le cicatrici sul cuore.

    Nuove Voci

    Prefazione di Barbara Alberti

    Il prof. Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

    È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

    Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

    Non esiste un vascello come un libro

    per portarci in terre lontane

    né corsieri come una pagina

    di poesia che s’impenna.

    Questa traversata la può fare anche un povero,

    tanto è frugale il carro dell’anima

    (Trad. Ginevra Bompiani).

    A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

    Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

    Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London canino e le vite dei santi.

    Una vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di lady Chatterley. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i 4 volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

    Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

    Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

    Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

    CAPITOLO UNO

    ODIO L’ESTATE

    Agosto 2017

    La Sicilia bruciava in quell’estate rovente. Ardeva letteralmente, consumata da decine di incendi e io, continuavo a rigirarmi nel letto, ma non certo per il caldo. L’insonnia non mi dava tregua. Non ricordavo neanche più quando fosse stata l’ultima volta che ero riuscita a dormire per tutta la notte o comunque bene.

    Anche quella notte i miei grandi occhi verdi continuavano a fissare le travi di legno al soffitto della stanza senza nessun cenno di cedimento. Decisi di alzarmi. Afferrai un maglioncino di cotone e l’immancabile iPod e senza far rumore, perché ovviamente in casa dormivano ancora tutti, scesi in cucina, nella grande cucina in muratura, e in maniera del tutto irrazionale iniziai a cucinare nel cuore della notte. Fare cose era l’unico modo per non pensare e cucinare mi era sempre piaciuto, mangiare un po’ meno (ma questa è un’altra storia). Il frigo e la dispensa erano ovviamente pieni. Il giorno seguente sarebbe stato Ferragosto e la casa si sarebbe riempita.

    Con l’aiuto del fedele Bimby, e non solo, preparai lo sformato di zucchine, i peperoni e le cipolline in agrodolce, le focacce, il gâteau di patate, la parmigiana di melanzane, il tiramisù, il sorbetto al limone e il bianco mangiare (di cui va ghiotta la mia mamma). L’alba era ormai vicina. Preparai anche una ciambella che sfornai proprio mentre i primi raggi del nuovo giorno iniziavano a filtrare dalle imposte. Ormai erano le 6:30 e mentre ero intenta a guardare fuori dalla finestra alle mie spalle sentii giungere i passi di mia madre. Mi abbracciò da dietro, mi diede un bacio sulla guancia e con voce calma disse: «Non hai dormito, vero?!?» con tono quasi affermativo. Annuì semplicemente, perché lei sapeva già tutto senza bisogno che io aggiungessi nulla. Asciugai le lacrime che mi rigavano il volto, mi girai e con occhi dolci le chiesi: «Mi fai il caffè?».

    L’aroma giunse presto alle mie narici. La mamma si sedette proprio accanto a me al grande tavolo in legno. Tagliai due fettine della ciambella ancora calda, mentre lei versava il caffè in due tazzine di ceramica colorata. Ci guardammo senza dire nulla. Lei mi fece una carezza sul viso e sussurrò piano: «Torna a letto adesso, riposa un po’!». Trattenni le lacrime a fatica. Il cuore faceva ancora tanto male.

    Mi rimisi a letto. Loro dormivano ancora beatamente. E mentre la luce del sole iniziava a filtrare dalle imposte della mia stanza io finalmente mi addormentai.

    Quando riaprii gli occhi ero sola in quel lettone che ormai da tempo mi sembrava enorme e vuoto. Guardai l’orologio, erano le 11. Sul comodino c’era un biglietto:

    Siamo tutti al mare, visto che al pranzo ci hai pensato tu.

    Le bambine sono con noi, tranquilla! Se ti va raggiungici.

    PS In cucina c’è la caffettiera pronta.

    Ti voglio bene

    La mamma.

    Sette mesi erano trascorsi da quando lui se ne era andato. Avrei potuto dire di essere una mamma single e certo sarebbe suonato più moderno, ma la verità era una sola, almeno per me. Lui aveva abbandonato me e le nostre figlie proprio alla vigilia di Natale…per telefono…e senza una spiegazione.

    Avevo affrontato con coraggio quel dolore…mi ero alzata tutte le santissime mattine di quei sette lunghissimi mesi (che a dire il vero adesso non riuscivo a capacitami di come fossero trascorsi), mi ero stampata un bel sorriso in faccia ed ero andata avanti per amore delle bambine, che improvvisamente erano diventate solo le MIE figlie, avevo rassicurato la mia famiglia di stare bene, ma la situazione dentro di me era un’altra. Mi sgretolavo dentro. Ero stanca di essere forte, ero stanca di pensare positivo, di credere e sperare che il futuro potesse ancora riservarmi tante sorprese… di sperare e desiderare di poter essere ancora felice.

    Rivendicavo il mio diritto ad essere triste. Rivendicavo il mio diritto di farmi cullare dal mio dolore. Il mio diritto al silenzio. Il mio diritto a tenere spento il cellulare per giorni, settimane. Il mio diritto a non voler mangiare. Il mio diritto a non comunicare. Il mio diritto a non alzarmi dal letto e a restare chiusa nella mia stanza al buio fin quando la luce intensa del sole non avesse più ferito i miei occhi. Rivendicavo il mio diritto a lasciarmi sprofondare giù nell’abisso più profondo della mia solitudine, come aveva fatto Meredith in quell’episodio di Grey’s Anatomy (terza stagione, episodio 16) quando era annegata, cioè quando aveva deciso di annegare, o meglio quando aveva semplicemente deciso di non opporsi alla forza che la trascinava giù …quando si era arresa.

    Ancora sdraiata sul letto, avvolta-travolta dal turbinio dei miei pensieri, giunse il bip bip del cellulare a riportarmi alla realtà. Era un messaggio vocale di mia madre, ma a parlare era una vocina che diceva Mamma dove sei? Quando vieni al mare?

    Immediatamente realizzai che no, non avevo il diritto di rivendicare tutto il mio dolore perché sono una mamma e l’essere madre implica soprattutto questo: fare un passo indietro di fronte al proprio io.

    La mia rabbia cresceva. Lui, ad un certo punto del cammino, si era arrogato il diritto di scegliere di continuare la sua vita da solo, senza porsi alcun problema sulle conseguenze. Mi, ci aveva semplicemente imposto la sua decisione senza possibilità di replica, di confronto. E mentre adesso lui era libero di vivere la sua nuova vita dall’altra parte dell’Europa, a migliaia di km da noi, io non avevo nemmeno il diritto di piangere quando avrei voluto.

    Non potevo per loro, le mie ragazzette, Emma e Matilde: la mia catena e la mia più grande fortuna. Certo forse non avrei dovuto pensarlo, figuriamoci dirlo, o meglio scriverlo, perché non sta bene che una mamma dica queste cose, ma non sarei umana se non dicessi che in alcuni momenti le mie figlie mi erano sembrate solo un gran peso. Un ostacolo insormontabile, anche semplicemente a vivere appieno il dolore straziante e disumano dell’essere stata abbandonata da quello che ritenevo l’uomo della mia vita, a cui avevo affidato il mio cuore. Avevo messo la mia vita tra le sue mani, ma ad un certo punto lui mi aveva gettata via come si fa con una cosa vecchia e usurata. Gli avevo donato il mio cuore e lui lo aveva fatto cadere e lo aveva calpestato. Il mio mondo si era sbriciolato,

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